La fine, l’ultimo baluardo strenuamente difeso e poi perduto non é altro che una porta verso un nuovo universo... ...dietro noi l’abisso, di fronte, un infinito sconosciuto.
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Nome: Emilio Ferro De Siena
Descriversi é sempre un'impresa ardua, barcollando perennemente sul filo dell'autoincensamento o dell'eccessiva autocommiserazione.
Per cui mi astengo.
Anche l'acciaio é un metallo morbido
Il tempo, lo spazio ed il silenzio...
Parlando di me senza conoscermi...
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Ventimiglia, 11 gennaio 02 |
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Ventimiglia, 07 gennaio 02 |
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Mondi di passi perduti |
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C'è un vuoto |
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Ventimiglia, 4 Dicembre 01 |
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Ai bordi dell’altrui vita Nel margine d’un foglio Ai limiti d’un piccolo mondo |
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Osservi le tue mani
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Vorresti che lasciassi
le mie braccia sul prato,
in piedi come steli
con fiori a cinque dita?
O appoggiassi
ancora distrattamente
i miei occhi stanchi
sul bancone del bar
dopo otto ore trascorse
a fissare uno schermo?
Un bar di periferia, una birra
un double Hot-dog
con Sweet Relish
e Ketchup rosso sangue,
prima d'abbandonare
la mia testa senza berretto
dopo una copiosa pisciata,
(i capelli in disordine
come sempre)
e lasciarla lì
sul ciglio della strada,
dove; oltre il candido
muro di ghiaccio,
un po' prima delle auto
e degli autobus che corrono,
c'è un fosso, un fosso profondo.
E tu che ne hai fatto
del mio cuore?
Forse lo hai piantato accanto
al tronchetto della felicità,
lì sul davanzale
ancora lercio e polveroso,
con quel suo colore malato
color città incasinata e rumorosa,
color respiro affannoso.
Povero tronchetto ha perso
lo smalto dei giorni migliori
penso che ormai sia morto!
Se morto non è poco manca.
Vorresti riprenderti tutto il resto?
Il busto, le gambe.?
O forse solo l'uccello?
Sai a pensarci bene
ben poco rimane
del sapore delle lenzuola
del respiro lento dei gerani rossi,
ben poco rimane delle dita
lente a scivolare sul tuo crinale,
dita perse lì nello sgabuzzino,
tra una scopa
e il secchio giallo sole
per lavare i pavimenti,
perse nella cassetta attrezzi
mezz'arrugginita
tra una pinza, i chiodi
ed il martello.
Questi giorni
in cui la poesia è lontana,
seppure sembri luce
ciò che filtra dai vetri
dalle fessure acuminate
delle tapparelle,
seppure la serenità invade
le strade, i cortili ricoperti
d'aghi dei pini maltrattati
dal vento.
Queste notti
seppure dispenso sorrisi
colgo i bagliori negli occhi
d'una donna la quale ricambia
mandandomi un bacio
strusciandosi a me accanto
lo sguardo languido
felino selvatico, silenziosa
e falsamente docile
nei bagliori stroboscopici.
Fingo un simulacro
di beatitudine intrisa di vino.
Dipingo sul mio viso
una maschera d'arlecchino.
Nello specchio grigio antrace
del torbido bagno gremito,
stento a riconoscere me
in quello sguardo fugace
in quell'istante
a l'effimero carpito.
Il tempo
tra la fiamma
dell'accendino
e la sigaretta
le dita ferme
lo sguardo
che aspetta.
Il tempo
dello scatto
dell' ascensore
sul mezzanino
il piede che freme
impaziente
il tuo destino.
Il tempo
tra due labbra
d'un palpito
del cuore
una mezza parola
che sfiora la pelle
ne rapisce l'odore.
Il tempo
d'un barbaglio
tra le onde scure
vola e svanisce
un'ala bianca,
rugiada sui vetri
sulla mia faccia
felice e stanca,
e sul tuo viso
un disegno labile.
Il tempo
d'un sorriso.
Poca ombra nel vico
che scivolava
come un serpente
verso il mare
sino in fondo
dove la bocca aperta
offriva uno squarcio
sull'orizzonte
a separare
l'azzurro dal verde.
La strada ondeggiava:
pure lei pareva acqua.
Io arrostito dal sole
con le brache corte in mano
un ghiacciolo al limone
costeggiavo quatto quatto
muri e serre.
Mio fratello
un passo o due davanti a me
fischiettava allegramente
una canzone.
Poesia
è cielo azzurro
dinanzi agli occhi
e tempesta nel cuore.
Poesia
é corpo come roccia
scolpita dal tempo
e anima in subbuglio.
Poesia
é perdersi
dolcemente,
per sempre
attratti
nell'abisso
d'uno sguardo,
nell'incantesimo
d'un secondo.
Questa è l'ultima poesia,
le smarrite parole
abbandonate, si posano
sul foglio, sullo schermo
abbacinante del computer,
e le dita indecise continuano
a battere su tasti, confuse.
Questa è l'ultima lettera
che ti scrivo, le parole
trascurate, si stendono
stremate sul foglio ingiallito
la stilo, scaglia le sue ultime
gocce blu cobalto, blu notte,
un addio, il suo, mesto e vile.
Ed è l'ultimo messaggio
che mando, l'azzurro display
s'è giocato le residue carte,
stanco dei termini incompresi
da tecnologie alemanne
o peggio ancora giapponesi.
Ho scelto nel menu:
- Chiudi - Fine sessione.
Per un po' di mesi
il tempo di capire
e leggere semmai
solo i tuoi sorrisi
semmai i miei
se me lo concedi.
Tu li ricordi
i passi sul molo
e la scala
attorcigliata
e l'immenso
orologio a ricordare
le folate di vento,
i capelli scompigliati?
La mente e le parole
aggrovigliati
nel petto che batteva,
che batteva
come le onde,
e le onde
s'infrangevano
sugli scogli
sui gabbiani
audaci e bianchi
su un mare
nero pece.
Tu li ricordi
i giorni sull'isola
Santa Margherita
e ancora il vento
e ancora scarmigliati
capelli, sotto il sole?
e l'odore dei pini
e l'acre marino,
e noi accovacciati,
avvinghiati sulle rocce.
L'amore non aveva scampo
accerchiato com'era
dalle nostre risate
dalla sfrenata gioia,
che lo coglieva a folate,
non aveva scampo l'amore,
su di noi esausto ricadeva.
L'amore, solo l'amore
era la nostra preda
Abbaino socchiuso
il cielo come le dune
ed il sole nascosto
da un velo di sabbia.
Nascondo i miei occhi
dietro lenti azzurro-verde
ma gocce lasciano tracce
d’ocra rossa sulla faccia.
Le onde color grafite
scudisciano violente l’aria
che sa di mare e di sale
a largo una vela sfida la furia.
Setaccio i sentimenti
confusi con grani di sabbia
conchiglie e stelle marine
c’è un po’ di me nel vento.
S’agitano le cime dei cipressi
le foglie argentate d’ulivo
s’agita il glicine sul muro
s’accende di rosso il cielo
in via Sottoconvento.
Uno scherzo,
una sola parola.
La primavera
quest’anno
è più fredda
dell’inverno.
Se tremo,
se una scossa,
un brivido, scorre
lungo la mia schiena,
non basterà a scaldarmi
la lana d’una coperta.
Qual’ è il tuo nome
sulla mia porta?
Ebbrezza? Inganno?
Un sentimento scevro
da imperfezioni?
Illuso amore eterno?
Mi resta l’odore
d’una minestra calda,
due o tre righe
scritte su un biglietto,
un’idea confusa…
la finestra aperta.
Se
una parola sola
o qualche riga
non scritta
ma sospirata
avesse mosso
in voi un brivido
un moto dell'anima,
rimosso un pensiero
dall'ombra dove
ben nascosto
giaceva.
Se
ciò che ho dentro
ha seminato
in voi qualcosa
che cresce.
Se
ho lasciato
un segno
un dubbio
una domanda...
E se pure
aveste provato
fastidio persino
indifferenza
leggendo
con noia e
con diffidenza.
ciò che scrissi
Ringrazio voi
per aver dedicato,
leggendo le
povere mie parole,
un po' della vostra
alla mia vita.
Sono io
che porto
l'ultimo
inutile
scampolo
del ricordo.
Sei tu
che poni
la frontiera
tra l'amaro
il dolce ed ancora
l'amaro.
Siamo noi
che volgiamo
il capo, incoscienti,
verso l'inutile
quotidiano gesto
del ricomporre.
Ciò che ha fine
non si dissolve
nel nulla
si trasforma.
Spetta a noi
smascherarlo
Il tuo amore
giace intorpidito
tra le coperte
dietro l'anta
socchiusa
dell'armadio.
Il mio s'arresta
dinanzi allo scoglio
alle mareggiate
attende oltre
l'orizzonte
l'immensa onda.
Voi avete un bimbo
che dorme sereno
con il capo appoggiato
mollemente
sulla vostra spalla,
e le braccia che oscillano
a penzoloni,
mentre spingete
lentamente
il portone di casa.
Ho cento bambini
sospesi sul mio capo
sulle mie spalle
come una tetra danza,
che piangono
la loro morte inutile
mentre osservo
le vostre figure svanire
dietro il portone
che si chiude.
Anche nelle notti più serene
il mio sonno come uno specchio in frantumi
la luce dei lampioni lattiginosa sul soffitto
la stanza che pare avvolta da un pallido telo.
Battono lo stesso tempo, scoordinati:
l’orologio sul muro,
la sveglia,
il crono al mio polso
e la goccia d’acqua che perduta nel lavabo
raggiunge faticosa:
le curve del sifone,
l’anello contro il muro
per perdersi fino in fondo... giù nel pozzo.
E così si perde il mio pensiero,
nel barlume dei fari d’un auto,
nel ronzio d’un’ Ape che, traballante
si piega e curva all’incrocio addormentato,
tra semafori incerti e lampeggianti.
Tutto sembra battere un suo misterioso tempo la notte,
come dita che battono nervose sul tavolo
nei pesanti silenzi, nelle attese impazienti.
Tutto legato ad un filo tenue di luce
riflessa dalla luna, nata dalle stelle.
Finche il giorno
il sospirato o temuto giorno,
non darà le sue risposte,
porrà altre domande.
Le parole chiuse
e segregate
in fondo alla gola.
Un bacio tradito
guardo a mani legate
in una direzione sola.
Dinanzi a me
due strade asfaltate
il bivio della vita.
Dinanzi a me
sole e nuvole bianche
un immagine sbiadita.
Sii come l'acqua.
Un fiume, un mare
qualche onda da domare
goccia di pioggia o di rugiada.
Chiudendo gli occhi
ascolto il cuore
e prendo la mia strada.
Passandomi accanto
lanciasti verso me
il capo lievemente reclinato
un sorriso mesto
forse un segno di dolcezza
mi chiedesti silenziosa:
- solo un sorriso...
Passandomi accanto
i capelli lunghi e neri
ad incorniciare il pallido viso
il tempo rallentato
come in una moviola
sperasti in un mio gesto
- una mia parola
Così ci sfiorammo
ed incrociammo
ancora una volta la vita
alla tua richiesta
rispose il mio silenzio
alla tua afflizione
il mio inappagato dolore.
Monte Carlo 15 marzo 02
Questo é un deserto di anime
naufraghi di sabbia,
non un refolo di vento
increspa le onde o sfuoca
il margine tagliente delle dune,
la tempesta é dentro noi
siamo noi quell’ombra
che si scorge all’orizzonte
quel miraggio che appare
e scompare.
Riflessa
la sua immagine:
sullo specchio di casa,
sulle scintillanti vetrine,
sui visi addormentati
dietro i vetri delle corriere;
ricorda a noi
il suo grido d’aiuto.
Passerò una notte
tra i tuoi sogni
e sarò l'albero caduto
o il sole addormentato
nel rosso delle foglie d'acero.
Sarò un’ombra che muove
tra la folla sotto la pioggia,
una spuma bianca
nel mare in tempesta.
Passerò una notte
tra i tuoi sogni
varcherò la soglia delle dune
nell’arso deserto
della memoria
e sarò un bagliore azzurro
il brivido d'una goccia
sulle labbra
sulla fronte corrucciata,
nel ricordo della nostra vita
o di quel poco che ne resta.
Degli strascichi,
delle parole, il valzer.
Nella danza dissennata
di quel che l'anima
suggerisce.
Batte il tempo
nelle vene:
un due tre...
un due tre...
c'è un po' d'amore
anche per me?
Degli sguardi
dei messaggi, il valzer.
Nell'accorto intrigo
di quel che Amore
suggerisce.
La mente ascolta.
ritmo nelle vene:
un due tre...
un due tre...
un due tre...
un due tre...
c'è un po' d'amore
anche per me?
Delle certezze,
delle incertezze, il valzer.
Nella giga scatenata
l'emozione che scuote
la paura di sbagliare.
L'anima, la mente, il cuore
cercano il tempo:
un due tre...
un due tre...
un due tre...
un due tre...
un due tre...
un due tre...
c'è un po' d'amore
anche per me?.
Tra il cielo
e l'acqua, lenta
ragazzi in festa
cantano del fiume
la gioia sonnolenta
dietro il rubino
brilla minaccioso
degli aridi monti e colli
custodi di millenarie
salme
l'ondeggiare roccioso
del deserto.
Dio sole scalda
di questa terra il cuore.
Falco a margine del cielo
immortali figure di pietra
osservano quiete
lo scorrere d'un tempo
che non muore
sospeso,
come sospesa pare
la vita in questa
lama azzurra e verde
in un deserto in cui
la vista si perde.
I miei piedi
nelle scarpe,
e le scarpe
sul marciapiede,
sprofondano
nel centro
arroventato
della terra.
La mia testa
in un vortice
d'atomi e astri
impazziti
ruota, forse
su se stessa.
Non c'è vuoto
né materia
attorno a me,
e l'esistenza
è un turbine.
Un turbine
lucente
e oscuro.
Ventimiglia, 1 marzo 02
Oltre il cielo,
stelle
a miliardi
e buio
e ancora stelle
ed ancora tenebre,
oltre la nostra
memoria,
oltre il ricordo
di coloro che,
ancor prima
delle nostre pene,
diedero inizio
a codesto
conto senza fine.
Tutti un po'
infelici sotto
questo cielo,
affidiamo ciechi
alle stesse stelle
il nostro destino,
comprendiamo
la nostra misera
gioia, nell'attimo
in cui si perde
per sempre
la luce d'un astro,
ancora acceso
negli occhi
dell'ultimo uomo.
Con lui,
solo con lui
si spegnerà
l'eterno.
|
Ventimiglia, 25 febbraio ‘02 |
|
– Ti amo – la vita è il vento vento abile che scompiglia facile i capelli e sposta l’amore i suoi orpelli. Facile – Ti amo – e dopo placata la tempesta cosa resta? Un mare di baci arenati come balene sulla sabbia, tv, cinema e caffè disco music, balla anche te! Lontani senza rabbia. Facile – Ti amo – oggi viaggi su Jet argentati il cielo è sereno le nubi, la pioggia sotto di noi, e sotto di noi cumuli di noia. Non gocce ne ghiaccio piove solo roccia, è così faticoso dirlo – Ti amo – Come questa poesia senza titolo. |
|
Ventimiglia, 25 febbraio ’02
|
|
Madre modesta ed indifesa tu sospingi lenta sulle ruote di gomma quel che t’allieta piccola bocca desiderosa d’avere te madre. Padre onesto ed operoso deciso, segui col viso rubino la donna, il suo passeggino, ricordi le corse? la bici e le cadute rovinose? le gambe scorticate e rosse, e le gote infuocate tra le risa e le pallonate? |
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Ventimiglia, 25 febbraio ‘02 |
|
sospeso, tra un passato incerto |
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Ventimiglia, 17 febbraio ‘02 |
|
E' vero |
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Ventimiglia 18 febbraio ‘02 |
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Milano è nebbia |
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Ventimiglia 10 febbraio 02 |
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Forse ho mentito troppo a me stesso |
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Ventimiglia, 27 gennaio 02 |
|
L'amante L'amante |
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Ventimiglia, 27 gennaio 02 |
|
Ne ho fatta di strada ho usato ogni mezzo, allontanandomi... Per fuggire? Per andar via? |
C'è poco da fare
ancor meno da dire
quanto di me ho perso,
ed inutile cercare
immaginare
o capire.
C'è molto nel tempo
ancor più nei tuoi occhi
e quanto di me avrai scoperto
ed inutile cercare
fantasticare
e penetrare
nell'ovvio mistero.
Mistero d’un tuo gesto
delle tue poche
e semplici parole
a scavare, scavare…
dei silenzi
e della tua pazzia
che dilagando contagia.
Della tua lingua
che esplora in me
nuove parole
il tuo corpo
un onda su di me
che spezza il fiato
scioglie i nodi
ed io esausto
esplodo a fiotti.
Ed inutile cercare
capire e penetrare
nell’ovvio mistero.
Del mistero in te.
Vedi:
se contassi
i tuoi capelli
uno ad uno,
scandendo
lentamente
i numeri,
sicuro che
alla fine del computo,
tu m’amassi
quanto t’amo.
Lascerei che
ne crescessero ancora
e conterei allora
quelli che cadono
per capire
quanto rimanga di te
da scoprire
da conquistare.
Se tu potessi
recidere le braci
dalla mia anima
e lasciare fluire in me
l'acqua
l'oro
il cristallo,
le mie mani
a cercare
sulle mie labbra
le parole incise
ogni giorno
ogni sera
ogni sfinito mattino.
Cospargere il cuore
di cenere
e la mente
in lapislazzuli
in colori violenti
i pensieri rinvigoriti
dalla forza leggera
dalla tenacia fuggevole
del tuo esistere.
Lo so,
fuggirai.
Svanirà il sortilegio
come polvere di comete
tra le dita.
14/09/2002
Sul costone
della rocca
seduti su panchine
corrose dal sale,
tra agavi e pini
tra rosmarino
e rose
la brezza
agitava i capelli.
Ad ogni bacio
doleva sulla bocca
una sottile ferita
ed ogni bacio
doleva.
Il sole fuori
correvano automobili
velocissime
e noi
affiancati a sfrecciare
sulla corsia.
Arricciavo il naso
nella piana di Novi
tra un ponte
e l’area di servizio
non s’incrociavano
i nostri sguardi
ma ad ogni respiro
il cuore in particolare
lasciava vibrare
parole da sussurrare;
noi splendidi
e sorpresi.
A casa,
le lancette immobili
lentissimi i gesti
tra di noi
lente ed infinite
le carezze.
Abbandonati
nello spazio
tra un quadro
ed una foto di Doisneau
i nostri sguardi
e l’attenzione
ad ogni minimo
nostro particolare.
Immobile il tempo
tranne i nostri gesti:
sospesi
lenti.
I capelli
il viso sereno
la cucina
la luce fioca
del neon.
Sempre
a volte
impercettibile
quella piega amara
nel tuo sorriso.
C'è una stella
d'acciaio appesa,
nota bene
non brilla
né splende
pare spenta.
Hanno lasciato
sul cavalcavia
dorato mare
d'asfalto
qualche parola,
nota bene
non urla
né strilla
pare strozzata.
Ho tra le mani
le tue mani
le mie fredde
calde le tue
agitate e calde,
nota bene
come le tengo
strette,
nota bene
come sciogli
le dita come
è sospesa
in certi istanti
la vita.
Dirò di stoffa
sulla ghiaia
delle pigne
cadute bruciate
sul sentiero.
Dirò dei lacci
al vento
delle ali
illuse e richiuse
in un momento.
Dirò della piana
immobile
dei pioppi
e del grano
fruscìo labile.
Dirò della pelle
arsa
delle dita
affusolate stanche
di questa
eterna farsa.
Chiederai tafetat
per coprire
il sorriso
dai bagliori
del fuoco.
Mi dirai: legami
lo sguardo
dispiega le ali
chiudi gli occhi
un istante.
Chiederai una luce
nella piana buia
ed i pioppi
ed il grano
a fiocchi a neve.
Dirò sì
alla tua pelle
alle dita
affusolate
dirò sì
anche ai tuoi
silenzi.
Mi hai amato?
Non ho dubbi
né certezze,
eppure
i tuoi occhi
lo dicevano.
Accarezzavi
i miei capelli,
non ho dubbi
né certezze
sulla sincerità
delle carezze.
Le tue poche
parole: piume
fluttuavano
e scavavano
il cuore.
Neppure ricordo
la tua voce ora.
Non ho dubbi
né certezze.
Se tu m'amassi
non l'ho chiarito
ancora...
Chissà se le conchiglie raccoglieranno
il suono della nostra voce,
e se le cime degli alberi caduti
osserveranno i nostri passi
insicuri sulla cenere.
Chissà se nel buio tra le tegole
nasconderà l'allodola un po'
del nostro cuore o la luce vivida
dei nostri occhi, ed i pipistrelli
disegneranno tra i lampioni
le rette tra i sogni ed i rimorsi.
Lasceremo noi
un po' di sabbia chiara
sulla scura roccia?
Chissà...
Un attimo fa'
sembrava che tutto
fosse semplice:
lei, la casa, gli amici
persino le cose
brillavano
quasi di luce propria...
L'eclisse era dietro me
e ben più d'un sole o luce
esso copriva.
Lei, la casa, gli amici
persino le cose
si spensero
quasi l'avesse assorbite
l'universo, sopra me
immenso.
Ben più delle stelle
o del sole
di questa fetta
di cielo
non sarebbe bastato
a riaccenderli.
La felicità
è un bagliore,
una cometa
che scivola
veloce e lenta
sulla nostra esistenza,
sulla nostra scriteriata
incoscienza.
Vorrei
tracciare un segno
a matita
lungo l'orizzonte
che divide
il tuo sguardo
dal mio.
Vorrei
disegnare
lungo il crinale
che va
da San Giacomo
a Collasgarba
i tuoi fianchi,
e sulla sabbia
accendere
quel lampo
nei tuoi occhi.
Vorrei che tu,
lasciassi scivolare
su di me
(come fossi
un foglio bianco)
la tua mano
a tracciare
il largo riflesso
della luna
sul mare,
sul mio mare.
Non mettete
un volto
una faccia
alle mie parole,
né suono
di voce fonda
o stridula,
non mani
sulle virgole
non braccia
sugli stupori,
e nei silenzi
non ci sono passi
né corse folli
affannate.
Fate un po’ di luce
alle mie parole
al buio dei miei
segreti silenzi.
Agitate la torcia,
squarciando
se volete un varco
nel fitto bosco
dei versi che
non conosco,
e nelle parole
ancora nascoste
tra le dita lorde
d’inchiostro;
color pensiero,
tra immagini
e sogni intrecciati
come corde.
Non ho idea
di ciò che avviene.
Dai tetti delle case
vibrano le antenne
lanciano segnali
alla mente.
Ed io non mento
se dico che la mia
è vuota, solo cenere.
Tu mi hai sorriso
mentre battevo
alla porta del paradiso
sul tuo visino tondo
disegnato come
fosse ciò a cui
debba girare intorno
il mondo: un sorriso
ed al primo ne seguì
ancora un altro,
ed un altro ancora
anche tu bussavi
alla stessa porta.
Battevamo il tempo
fumo nell'acqua
e acqua i tuoi occhi,
la polvere sui tacchi
sulle nubi ed i lampi
che lanciavano
bagliori, distanti.
Domani al risveglio
raccoglierò piano,
questa polvere del
tuo ricordo,
sorriderai
mentre piano,
Te ne andrai,
busserò alla porta
del paradiso,
mi scrollerò
la polvere di dosso,
aspettandoti
chiamando
il tuo nome
a più non posso,
disegnerò
con la polvere
il tuo nome...
il tuo nome
che non conosco.
Ti ho amato
con gli occhi
intrisi di sonno
e la noia del giorno,
con le mani
imbrattate d'olio
ed i jeans unti e lordi.
Ti ho amato
con la rabbia
e la furia in corpo
con le mie debolezze,
con le mani
svogliate che negavano
le carezze.
Ti ho amato
nella luce insipida
degli scompartimenti
dai colori mesti
e l'odore stantio
delle sigarette,
il brusio delle persone.
Ti ho amato
tra un urlo becero
d'un cronista
nella luce azzurra
e fioca della tivù
sottotitolo e sigla
tra spot e telegiornali.
Nel nulla
per nulla
eppure
ti ho amato.
Ricordo
i miei vent'anni.
Anch'io come te:
deciso, tenace.
Fuoco
che bruciava
nelle mie vene.
Fuoco
che brucia
e brucerà
nelle tue vene.
Adesso
è giunto il momento.
Ed il treno
tu lo sai...
non aspetta.
Lontano
oltre Trieste
ed il suo quieto porto.
Lo scatto nervoso
di mille fotografie
Abbatterà le paure.
Si sciolgono nel gelo le catene
in frantumi le ossa con uno scrocchio
arcobaleno prisma iridescente
le gocce, le lacrime sono quelle:
svaniscono nel nulla, mordono.
Il fiume è come un ramo
l’oceano chiama i suoi fratelli
madre terra nel vuoto muove
nel cielo terso i reattori rombano
sfuggono alla marea, ai miseri confini.
Di schianto cede il mondo condiviso
la tua voce tenue mi scoccia
mi manda in bestia. Sono a pezzi.
Smorza la luce il mare, ogni pesce dorme.
Rimane un aspro profumo di mosto
un timido brivido nell’anima che cuoce
segnali di fumo tra il cuore e l’aorta
nell’attesa d’un cenno della tua mano.
Rimangono accese le luci ed i lampioni
scorgo tra luna e stelle chi muove i fili
sul fiume chi va con canoe e pagaie
sul mare un relitto sfida onda su onda.
Nell’acqua per l’acqua l’attesa è gioco divino
immobile muove le cose accende la vita
né fuoco né notte l’uccide neppure le stelle.
Dell’acqua per l’acqua l’atteso scherzo... destino.
Tra l’oceano
e l’anima,
uno spazio:
come uno sguardo
tra due calici
di Massarda.
In prestito
(per un attimo)
l’eternità.
Sospeso tra lo specchio
e l'impronta fresca sulla terra,
tra due gocce di vino e pioggia
anch'esse in aria sospese
nell'attesa (forse vana)
d'un calice che le accolga.
Sospeso tra il cielo terso
e una foglia che giace, stupita
d'esser caduta come un nulla
senza autunno o inverno
senza vento che raggeli
le sue bianche pallide vene.
Sospesi tra cielo e terra,
mentre scorrono titoli di coda
la musica dissolvendosi
intenda che dopo di noi
si chiuderà il sipario,
si compierà la vicenda,
si strapperanno i veli.
Il sogno
nell'animo
come uno stagno.
Così disillude
l'ideale d'un immagine
e la realtà si schiude
se per incanto
s'incrocia il cammino
d'un sogno mai infranto.
La copia infedele
di ciò ch'era un sogno
si svela a noi crudele.
Ho provato
a scrivere
fuori di me,
inutilmente.
- Tu -
Steso sulla ghiaia
poche onde
tra mia l'ombra
e l'orizzonte.
- Io -
Le parole
invano
scivolavano
appresso il vento.
- Se -
E il tango,
scandiva
il suo tempo
lento.
- Noi -
Carpire
il segreto
dentro te:
vigile, distratto!
- E poi? -
Schizza fuori
ciò che ho dentro;
il tango
non si spegne.
- Amore? -
E' dentro
lo sento.
Detta i passi,
accelera:
denuda il tempo.
- Solo sesso? -
Non so se giace,
appena caduta
la polvere del tuo viso
sul marmo fresco.
Ci sono scrosci di memoria:
nelle pagine chiuse
nei capitoli chiusi
in un drink
in una musica
in una serata
senza apparente noia.
E' forse polvere
quell'immagine?
e quella voce
che ossessiona?
Cos'è che luccica
al sole del mattino?
Al vento che spazza via
le tracce del sudore
s'aggiungono minuscole
gocce dorate che danzano.
Quale felicità nascosta
le farà danzare?
Se oltre le lenzuola sfatte
come montagne erose,
rimane solo la tua impronta,
indelebile come una macchia,
come un'onta.
E questo strato di polvere
che s'alza, non copre le cose:
ma il mio vivere.
Ed è la polvere di me
che si spande sulle cose
in un impercettibile velo.
Una targhetta col tuo nome,
sulla mia porta,
per trattenere sui muri,
nell’aria, un po’ del tuo odore
e gli arabeschi dei tuoi gesti
sospesi… bramano il tuo ritorno
per terminare il loro fiorito
e danzante contorno.
Una targhetta col tuo nome
sul legno rosso-scuro di noce,
a far risuonare nella notte
il suono fresco della tua voce.
Il tuo nome in blu o nero
su fondo di rame brillante
o d’ottone, potrebbe colmare
quel vuoto che oscura la casa,
dissipare davvero quel velo
gravido e sottile che smorza
il sorriso ed alimenta in me
il desiderio di te.
Potrei prometterti
vascelli sui mille mari di Marte,
e cento arcobaleni senza confini,
scalare monti ancora a divenire,
sciogliere i ghiacci immortali,
sconfiggere smisurati mostri marini,
e colorare di romantico il lungo viale
dove passeggiano solitarie le puttane:
con i fiori, canti d’uccelli e tramonti.
Singolari tramonti d’un sole stregato
dall’immagine di te, dall’idea di te!
Che indugia al declino, per scorgere
un attimo in più il tuo volto ramato.
Ma dissolta l’immensa potenza
del sentirsi dall’amore rapito,
che resterebbe di tante promesse?
La rossa luce di marte sul monte imbrunito
dalla notte che incombe? E stelle nascoste?
Il greto del fiume assetato, che attende
le nevi d’inverno a venire, per bere e rinvigorire?
Ed i fari dei camion che tracciano lame di luce,
il ponte che taglia la valle e sfregia i colli?
Ed il viale col suo triste commercio di cuori
un’Africa triste, un Brasile che geme
un Europa d’oriente nel buio smarrita.
Potrebbe l’amore scampare
a tante e tali menzogne?
E di me, di ciò che sincero vive
qui nel petto e preme impazzito
al tuo vedere, che rimarrebbe?
L'albero
affonda le radici
lunghe dita
a raccogliere
nei pozzi scuri
tra crepe nella
roccia
l'essenza celata
della vita.
L'albero
tende le braccia
al cielo
freme al vento
agita mille foglie
che ospitano
in dono grani
di sole.
L'albero
dell'universo
il respiro profondo
generoso raccoglie,
ci offre la vita.
Se ti aprissi la porta,
entreresti serena
ad osservare attenta
il lungo corridoio
con i suoi fregi aztechi
ed i colori accesi
delle stanze
i quadri appesi
i loro sguardi sospesi
ad aspettarti?
Scioglieresti
il tuo velo bianco
coprendo
con la sua luce
eterea e diffusa
la mia casa
lasciando su di essa
la tua invisibile impronta?
Io son qui t'aspetto!
Quasi sereno
e, la porta...
é appena socchiusa.
Dimenticate il mio nome!
Dimenticate
le parole
i gesti con i quali
certe sere d’estate
sul vialone alberato,
sottolineavo
i vostri sorrisi
le vostre amarezze.
Dimenticate il mio nome!
I miei passi
dimenticate,
e gli sguardi teneri
o appena infastiditi,
sulla riva del mare
a passeggiare
in mille serate perse,
gioie abbandonate.
Dimenticatelo e cancellate
dalla mente ogni modo
in cui teneramente
mi chiamavate, quando
abbracciata a me:
su una panchina,
sul muretto sbrecciato,
confondevate la mia mente.
Io, troppo stupido, innamorato.
Rubata la vita
così d’improvviso
smarrita,
sono giorni che piove
piovon gocce e sabbia
il cielo basso e cupo
non da tregua,
un desiderio che muove
e picchia sullo stomaco
e scorre sulla pelle
scende senza brividi
e sospende la rabbia
intorpidita dalla noia.
E piove scivola l’acqua
lascia immacolata la strada
ma non il cuore
che giace sul fango.
La vita rubata
in un lampo
in uno sprazzo di luce,
è come una sfida,
sono giorni che piove
piovon gocce e sangue
l’anima tesa impaziente
e nervosa, pesa lieve
sulle mie spalle.
Nel baule:
un mio sorriso,
una mia lacrima,
una foto dell'eclisse
che da bambino vidi,
l'odore del combustibile
per aeroplani,
un'onda del mare,
l'odore dei pini e
qualche fascia d'ulivo,
le impronte d'un abbraccio
su una mia vecchia maglietta.
Poi il respiro del Gran Canyon...
poi il tuono delle cascate,
e qualche sasso di pirite
scovato all'Elba,
una partita di pallone
in piazza d'armi,
l'estate calda del 68,
la luna dentro ad un televisore,
il battito del mio cuore
la prima e l'ultima volta
che la baciai.
E ancora onde di sabbia,
una coperta di sguardi
raccolti nella mia vita,
nell'angolo più nascosto
l'abbraccio di mia madre
che mi stringe...
sul lato opposto
le voci delle persone
che mi hanno amato,
infine inciso il mio nome
come una domanda,
con mille o forse
nessuna risposta.
Non è lontana
l’infelice giornata
disperata e sola
che s’accende
come le altre
d’un alba rosa
e quieta,
sebbene il mare
appaia
di madreperla
e le poche nubi,
- ovatta
appesa al cielo,
batuffoli
brillanti
si spostino
lente e sicure
come dervisci
danzanti.
Non è lontano
l’assurdo,
neppure
il banale
è lontano.
Leggi quieto
un giornale
sfogliando
distratto
le pagine,
e sfuggono
grigie e tetre
le parole.
Sai...
Come fossi un fiore
ti voglio amare
e non recidere
la tua vita dai tuoi
giorni semplici.
Sai...
Le cascate scivolano
lente, impetuose
non si arrestano,
così ti voglio amare.
So bene,
nessun falco o aquilone
scendendo sceglierà
d'accompagnare
il mio destino.
Forse domani
saremo più distanti,
forse persi tra tetti
infuocati, o sotto volte
scure, a fatica illuminate,
domani... domani...
Ma oggi!
ti voglio amare
come un fiore
e districare
le tue radici
profonde.
Quando essi verranno
lenti e ad occhi chiusi,
per chiudere l'ultima porta...
Vi prego!
Non lasciatemi solo.
Fate sì che m'accompagni,
oltre il buio
al di là della luce,
anche un solo sorriso
un luccichio degli occhi,
nel volto di colei che
in quel breve istante
saprà darmi il volo...
Questa notte
vorrei non
addormentarmi,
e non per prolungare
in eterno una gioia
improbabile,
questa notte
vorrei non dormire
e,
chiudendo gli occhi
ascoltarla
in un silenzio
che non finisce mai,
scoprire
che nel nulla del giorno
muore ogni secondo
e nella noia si spegne.
E questa nuova alba
non vorrei spogliare
dal suo abito scuro,
ne scorgere i tenui
insonnoliti
e indecisi raggi
del sole.
Un sole che
alto, al culmine
non brucerà
solo la pelle.
Hai i capelli
sugli occhi,
io, invece negli occhi
ho immagini sbiadite,
i miei capelli
come fuscelli
cadono storditi
sotto i colpi
sicuri e decisi
di forbicine aguzze,
e dita affusolate
aguzze anch’esse.
Hai gesti fluidi
come se danzassi,
io, invece sento
braccia e gambe
pesanti e lente,
come immagini
scomposte
muovo i miei passi
in via XX settembre,
e pietre acuminate
sul selciato, ed acuminati
gli sguardi della gente
dietro le lenti scure
dietro le pupille
mature.
Sulla sabbia
non solo
le nostre tracce
o conchiglie frantumate,
all’orizzonte
non solo
spiegate vele bianche
o veli di nubi
stanche.
Su di me
solo il tuo sguardo
tenero e severo.
Eri bellissima!
Nuda e chiara
sulla lapide scura,
una lama sottile
e d'argento:
la luna
e la notte tetra
e silente
non faceva paura:
tu eri il sole.
Eri bellissima!
I capelli rossi,
sotto la statua
d'una donna,
e nel silenzio
i cipressi,
i nostri corpi
avvinti, sazi
e assopiti.
La morte era lontana:
tu eri la vita.
Mi era scaduto il tempo tra le mani,
non me ne accorsi subito
con il prosciutto sugli occhi, e il salame
rosso di rabbia tra le mani
mi presi una bella infezione umorale.
Adesso sto attento, e del tempo
che scorre davanti a me, veloce o a rilento
ne controllo sempre: i secondi, i minuti, l'ora!
Ad ogni momento segno meticolosamente
ciò che non avviene e se manca il coraggio
o lo spazio, per descrivere il nulla
o disegnarne in distanza l’assenza,
lo lascio invecchiare
lentamente nella fossa...
come fosse un formaggio.
Sento il rumore
delle gomme sull´asfalto.
Si portano via la pioggia
chissà dove...
e portano via
il tuo viso, i tuoi capelli,
i miei baci sulle tue labbra,
le mie carezze su di te
si portano via.
Scorgo dei lampi
nel cupo e incerto
colore della notte
che si trascina via
- chissà per quanto -
le tue mani
i loro movimenti,
ed i tuoi fianchi
larghi e attenti.
E gocce di pioggia
scendono disordinate,
a ricoprire - povere illuse -
le tracce delle ruote
che ti portano via.
Non sanno che tu,
mi resterai
solare e silenziosa
ancora accanto
nel placido sonno.
Ho amato
e ricevuto amore,
non un segno
tangibile rimane sulle cose,
smemorate come sono.
Ho amato
e ricevuto amore,
il suo segno rimane
sicuro e forte dentro me,
testardo come sono.